“Eden” di Ron Howard: l’ascesa silenziosa di Margret
Ron Howard torna dietro la macchina da presa con Eden (al cinema dal 10 aprile con 01 Distribution e IIF), un’opera intensa e viscerale che scava nelle dinamiche umane più oscure, mettendo a nudo la fragilità dei rapporti e la tensione costante tra sopravvivenza e moralità.
Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti negli anni ’30, il film prende spunto dalla vicenda enigmatica e inquietante dei coloni europei sull’isola di Floreana, nell’arcipelago delle Galápagos – un paradiso tropicale trasformato in teatro di ambizioni utopiche, tensioni sotterranee e sparizioni mai chiarite.
Fu Friedrich Ritter, medico e filosofo tedesco, il primo a trasferirsi sull’isola, accompagnato da Dora, la sua compagna affetta da sclerosi multipla. Spinto dal desiderio di sfuggire alla società per scrivere il suo libro e condurre una vita filosofica in armonia con la natura, Ritter era però anche convinto di poter alleviare la malattia di Dora attraverso una vita spartana e un’alimentazione rigorosamente vegetariana.
La sua filosofia si basava su un concetto fondamentale: “Il reale senso della vita è il dolore, nel dolore la virtù e nella virtù la salvezza.” Questo principio guida il suo isolamento, eppure, come ci mostra la pellicola, la sua teoria si rivelerà paradossale.
E l’ideale di solitudine che proclama contrasta con il suo bisogno di visibilità e di controllo sugli altri che giungeranno sull’isola.
È Jude Law a interpretare Friedrich Ritter, in una delle sue prove più intense, incarnando perfettamente l’ambivalenza del personaggio: brillante e idealista, ma anche narcisista, autoritario, e profondamente incapace di riconoscere la propria deriva morale.
Il suo personaggio domina la scena – e prova a dominare gli altri – sotto il pretesto della ragione e dell’ordine, ma il suo bisogno di controllo e di primeggiare lo porta a innescare meccanismi prima per scoraggiare la famiglia Wittmer, che approda all’isola dopo aver letto sui giornali dell’impresa di Ritter, e poi per creare una frattura nel gruppo con l’arrivo della “baronessa” Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn, accompagnata dai suoi amanti/servitori.
La baronessa giunge sull’isola con un progetto audace: la creazione di un resort di lusso, l’Hacienda Paradiso, un’oasi di comfort e opulenza per attrarre facoltosi viaggiatori.
La sua presenza, enigmaticamente affascinante, porta con sé una nuova dinamica di competizione e rivalità, poiché le sue ambizioni contrastano con quelle di Ritter e degli altri coloni.
Ma la veridicità delle sue intenzioni resta un mistero: è davvero un progetto genuino, o è solo un’altra facciata per soddisfare il suo bisogno di grandezza e visibilità? Certamente il suo arrivo genera nuove tensioni in cui proliferano tentativi di manipolazione reciproci dei personaggi coinvolti.
L’ambientazione storica è ricostruita con grande accuratezza. Costumi, dialoghi e dinamiche sociali restituiscono appieno il clima degli anni ’30, con le sue contraddizioni coloniali e idealistiche. L’isola di Floreana – aspra, affascinante, ai confini del mondo – diventa un vero personaggio: specchio degli stati d’animo dei protagonisti, simbolo di bellezza, di cura, di perdizione. La fotografia è a mio avviso eccellente, restituendo la naturalezza della luce di un’isola che paradiso non è, con un cielo spesso opprimente e ombre che sembrano insinuarsi nell’anima dei personaggi.
In mezzo a questo vortice, emerge con sorprendente forza Margret. Inizialmente figura secondaria, riservata, quasi invisibile, si trasforma lentamente in osservatrice attenta e poi in punto di riferimento. È attraverso i suoi occhi che lo spettatore comincia a intuire le crepe del progetto utopico, la violenza sottile del controllo, l’ipocrisia che si nasconde dietro la facciata di armonia.
La filosofia di Ritter, con il suo credo nel dolore come via per la salvezza, risuona profondamente nel suo cammino. Margret affronta il suo percorso, non solo sopportando il dolore che la vita le impone, ma evolvendo in un esempio di virtù e salvezza, guadagnando lentamente il potere, con lucidità e coerenza, restando sempre fedele a se stessa.
Una frase da lei pronunciata nel cuore del disastro morale racchiude tutta la potenza del film:
“Non è il mare che ci dividerà. Siamo noi. E abbiamo già iniziato.”
Poche parole, che suonano come un verdetto e un monito.
Eden è un film crudo, spietatamente umano. Mostra senza filtri la tendenza istintiva dell’essere umano all’ipocrisia, a frammentare, a tradire pur di sopravvivere o – peggio ancora – per sentirsi superiori, dominanti. Una piccola porzione di umanità genera quegli stessi orrori da cui quella stessa umanità sembrava volesse fuggire. In questo contesto lacerato, Margret si staglia come figura di resilienza, integrità e coraggio silenzioso.
Con Eden, Howard firma un’opera matura, visivamente potente e moralmente complessa. Un film che, partendo da una storia vera, diventa riflessione universale sull’ambiguità dei sogni, sull’illusione del controllo e sulla possibilità, rara, di restare umani anche quando tutto intorno si disgrega.
Titolo: Eden
Regia: Ron Howard
Cast: Jude Law, Ana De Armas, Vanessa Kirby, Daniel Brühl, Syndey Sweeney
Sceneggiatura: Noah Pink
Genere: Thriller
Un’esclusiva per l’Italia: Italian International Film (Gruppo Lucisano) in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution